Carlo Putini e rasoi.

aprile 13, 2013 § Lascia un commento

Non ho una passione per l’orto, inteso come spazio da coltivare. Non mi piacciono bagnafiori terriccio e vasi. Non mi piace sporcarmi le mani, mettere sostegni, individuare consociazioni.  Non mi piace l’attesa del germoglio, nè la cura della piante nè la raccolta del frutto.

Quindi cosa mi piace dell’orto? Le varietà orticole. Non fisicamente. Mi piacciono i nomi, e la storia che questi nomi portano con sé. A volte è la storia di un luogo, a volte la storia di una persona. Giornalmente o quasi passo del tempo nella ricerca, organizzazione, eliminazione di varietà orticole. Dei loro nomi, nello specifico.

Per stare sul nostro terrazzo – perché sempre di lui parlo quando parlo di orto – una varietà, se non ha una storia deve farmene presagire una. Se non ha un bel nome deve farmi sperare che qualcuno glielo cambierà. Deve farmi dire: “Prometti bene, forse tra 100 anni avrai una storia, non ti perderai in un catalogo, non morirai su quelle pagine lucide e obbrobriose, davanti a te c’è un orizzonte più ampio della massa, ovvero l’individuo.” Individuo di cui sarai vera passione e vero orizzonte.

Carlo Putini docet.Immagine

Cassette e terrazzi

gennaio 1, 2013 § 2 commenti

cassette-terrazzo-pizzetti
Una cassetta fiorita non fa terrazzo; e neppure una fila‘.
Comincia con questa citazione secca il 2013 del nano, e con la consapevolezza che fare un ‘terrazzo’, come lo intende Ippolito Pizzetti, con a disposizione principalmente orticole di varia specie, tutte annuali e destinate al deperimento autunnale, è una bella sfida. Con l’amara accettazione che tra pomodori e peperoni è difficile fare qualcosa che non sia una fila di cassette fiorite o fruttifere.

No, voglio parlare del terrazzo dell’appassionato di piante, per il quale il terrazzo è il vicario- usiamo pure la parola cruda – il surrogato (Palazzi: ” materia di minor valore che si sostituisce ad altra genuina e buona”) del giardino che questi non ha o non si può permettere.
Bè, appassionati di piante lo siamo, e questo è un punto a nostro favore. Ma lo consideriamo un surrogato noi, il nostro terrazzo, noi che viviamo in campagna e che qualche pezzetto di terra lo potremmo pure trovare?

E che forse per lui, affettivamente, non è certo di “minor valore” o meno “genuino” del giardino ..’.
Qui ci siamo, i nostri otto metri quadrati non sono un surrogato, sono quello che ci piace fare, sono lo spazio e il modo giusto di sperimentare varietà che in altri contesti, più ampi e ‘naturali’, non avrebbero lo stesso  senso.

Ed è ancora così che ci siamo mossi quest’anno, nella nostra campagna acquisto semi per il 2013: selezioni recenti o varietà tradizionali che, purchè non vengano dimenticate, è bene anche che qualcuno le coltivi e ne parli fuori dal loro micro contesto locale. Peperoni di Francia, peperoncini spagnoli e cornichons per proseguire con gli heirloom di tutto il mondo (perchè già abbiamo detto che quando si tratta di spirito nazionale, il disinteresse è diffuso), ma anche i pomodori del Dwarf Tomato Project , o i micro pomodori  da balcone, o ancora i cetrioli bushy, che non si arrampicano ma crescono a cespuglio, quindi assolutamente da provare in terrazzo.

Insomma, tradizione e innovazione, due parole troppo dette, che però si avverano nel giardino/terrazzo del nano.
E allora buon 2013, con noi che siamo ancora qui, cataloghi di semi alla mano, per riprovarci di nuovo e scrivere di risultati e sconfitte, di pomodori e cassette.

Chi l’ha visto? Un appello.

novembre 18, 2012 § 6 commenti

Quando si dismette un terrazzo, lo si fa per prepararne un altro. Lo si fa avendone in mente un altro. Ci siamo chiesti come sarebbe potuto essere il prossimo orto in terrazzo e ci siamo risposti che lo avremmo voluto un po’ più italiano. Niente spirito nazionale, solo buon senso. Perché non fare anche un po’ di conservazione e cercare qualche varietà tradizionale delle nostre parti, sempre rispettando le nostre esigenze di giardinieri/ortolani da otto metri quadri? E allora via alla ricerca di cosa aveva da offrirci il bel paese, per scontrarci quasi subito con un’incredibile (ma prevedibilissima) latenza di offerta. Ovvero, bene sulla carta, o meglio in rete, dove varietà tradizionali di ameni luoghi italici sembrano conosciute e discusse dai più. In pratica poco a nulla, se si parla di voler seminare, cercare o comprarne i semi.
Semi di che? Di peperone, al momento il nostro chiodo fisso.

Le varietà che cerchiamo sono queste:

-       Quadrato piccolo del veneto
-       Piccolo di Firenze
-       Nano quadratino d’Asti
-       Spagnolino
-       Peperoncino verde di Napoli (calamariello)

Se qualcuno li ha visti, li coltiva, li mangia, ce lo dica per favore. E magari, se è ben disposto, ci regali qualche seme. Contraccambieremo per forza e per piacere.

Hortus horribilis et capsicum genus

settembre 26, 2012 § Lascia un commento


Quest’anno S. ha deciso – non proprio deciso, si potrebbe dire che è capitato – di provare un po’ più varietà di quante ne potessero permettere i nostri otto metri quadrati di terrazzo e così la confusione è regnata sovrana per troppo tempo. Troppi semenzai. Troppi vasi. Troppe piante. Abbiamo trapiantato tardi e i risultati generali non sono stati dei migliori. A parte il ritardo nel trapianto le concause dell’Hortus horribilis potrebbero essere state il troppo caldo, il troppo secco, i troppi afidi e in generale una mancanza d’attenzione, un disinteresse amoroso per quanto si stava svolgendo, la quieta accettazione dell’insuccesso.

Ma  passiamo oltre. Passiamo ai peperoni e ai peperoncini. Il successo qui c’è stato. Ma non per merito nostro.

Il Genus è il Capsicum, la cui etimologia potrebbe derivare sia dal latino capsa=scatola ad indicare la forma del frutto – al cui interno come in una scatola sono racchiusi i semi- oppure dal greco kapto=mordere, con chiaro riferimento alla piccantezza che morde per l’appunto in bocca. Sia come sia i peperoni e peperoncini in vaso vengono che è una meraviglia, ci si adattano come un gatto in una cesta, questo perché hanno una apparato radicale modesto, non necessitano di grandi quantità d’acqua e il sole piace loro assai, come tutte le Solanacee del resto. Ed eccoli qui con qualche notizia in più per ognuno.

I PEPERONI DOLCI

Jimmy Nardello
Donato da Jimmy Nardello  alla Seed Savers Exchange, era arrivato in America nel 1887 coi genitori di Jimmy, migranti della Basilicata. Coltivarlo da noi in Italia è un semplice ritorno a casa. Peperone dolce dal caratteristico gusto di mela arrostita.

Altezza 45-60 cm
Ampiezza 45-60 cm
Frutto 10 cm
Polpa sottile
Raccolto 80-90 giorni dal trapianto

Ferenc Tender
Varietà ungherese dai bei frutti oblunghi e puntuti che maturano dal verde al rosso-arancio.

Altezza 60-90 cm
Ampiezza 45-60 cm
Frutto 10 cm
Polpa spessa
Raccolto 70-80 giorni dal trapianto

Sweet Banana
Ci si può far di tutto friggerlo, scottarlo, farcirlo e mangiarlo così. Verde, giallo e poi rosso. Molto, molto prolifico.

Altezza 45-60 cm / 60-90 cm
Ampiezza 45-60 cm
Frutto 10 cm
Polpa media
Raccolto 70-80 giorni dal trapianto

Petit marseillais
Francese, ovviamente. Molto produttivo e precoce, produce piccoli frutti quasi quadrangolari, che passano dal verde al giallo. Anche con questo ci si fa un pò quel si preferisce (crudo in insalata, saltato, grigliato, essicato). Una vera rivelazione.
Altezza 45-60 cm
Ampiezza 45-60 cm
Frutto 6-10 cm
Polpa media
Raccolto 70 giorni dal trapianto

I PEPERONCINI

Trifetti
Ritenuto un peperoncino ornamentale a cause delle foglie variegate e degli steli quasi neri, si è rivelato anche molto buono da mangiare. Ha una piccantezza lieve che sale piano, quasi un retrogusto. Bello e anche buono. Cosa volere di più? Esiste anche una varietà molto simile, il Piment bec d’Oiseu Noir, di origine probabilmente Haitiana. Il dubbio è che sia lo stesso, qualcuno può dirimere?

Altezza 45-60 cm
Ampiezza 40-45
Frutto 2 cm
Piccantezza media
Raccolto più di 80 giorni dal trapianto

Piment d’Espelette
Coltivato sin dal XVI secolo nei Paesi Baschi, in particolare nel comune di Espeletteda da cui prende il nome, è un peperoncino non piccantissimo (solo 4,000 unità della scala Scoville). Un pezzo d’Europa conosciuto anche come Basque Hot.

Altezza 60-90 cm
Ampiezza 45-60 cm
Frutto 10-15
Piccantezza bassa
Raccolto più di 80 giorni dal trapianto

Skinny Hot
Pianta molto compatta dai tantissimi piccoli peperoncini piccanti rivolti all’insù , i semi ci sono arrivati da una delle tante scorribande di S. per il mondo. Dalla più improbabile, ovviamente. Dalle nebbie britanniche.

Altezza 20-30 cm
Ampiezza 30-40 cm
Frutto 1 cm e anche meno
Piccantezza media
Raccolto più di 80 giorni dal trapianto

Listada de Gandia, pomodori e fiori di basilico

settembre 16, 2012 § Lascia un commento


C’è un dilemma sostanziale che assale ad un certo punto, e riguarda il basilico. E’ risaputo che per stimolare la pianta a produrre foglie sempre nuove, in modo da avere una produzione continua e fresca, il basilico andrebbe cimato. Ovvero andrebbero tagliate le cime degli steli che hanno già formato i fiori. Volendo sarebbe da cimare già prima che appaiano i fiori, così da stimolare la ramificazione laterale della pianta che, nella smania di trovare uno sbocco alla sua legittima tensione riproduttiva, continuerà a ‘buttare’ e quindi a infoltirsi. Insomma, con la cimatura la pianta ci perde la pianta, ma noi ne guadagniamo in forma, quantità e profumo – che si attenuerebbe se la pianta andasse in fiore.

Ma succede che, per pigrizia o distrazione, non si proceda con efficienza a questa pratica, e ci si trovi con una miriade di steli verticali ricoperti di piccoli capolini floreali, che è quasi un peccato togliere. Il fatto è che tutto sommato tanto brutti non sono e soprattutto sono un’attrattiva succulenta per api, bombi o altri insetti, che noi vediamo spessissimo intorno a questi fiori.
Insomma, a metà tra lassismo, piacere estetico e dovere ecologico, succede che i fiori sul basilico, ad un certo punto, te li trovi. Che fare allora, se non vuoi dire già finita la stagione dei pesti improvvisati? Bè, non so se in cucina sia lecito oppure no ma, visto che sempre basilico è, io i fiori li raccolgo e li frullo, insieme ad un pò d’olio, qualche peperoncino e volendo due pomodori. Tanto per non buttare via proprio niente del già esiguo raccolto dell’orto in terrazzo.

Ma quali basilici in vaso? Più o meno tutti, visto che ben si adattano alla vita in cattività, cercando di evitare, secondo me, l’affannoso tentativo di tenere in vita quelle pseudo piantine di basilico multi stelo che si trovano incellophanate al supermercato. Noi quest’anno abbiamo seminato:
- Basilico ‘Da vaso Riviera Ligure (ex Genovese compatto)’ – cosi’ era scritto sulla bustina
- Basilico ‘Greco compatto a palla
- Basilico rosso di qualche tipo ( che poi a un certo punto vira vistosamente verso il verde)

Come è andata? Molti sconsigliano l’esposizione diretta ai raggi del sole, e infatti noi li abbiamo messi proprio sui portavasi esterni del terrazzo più esposto. E già qui una prima fonte di stress che però i basilici hanno ben sopportato dandoci comunque tenere e odorose manciate di foglie. Un problema c’è stato con il ‘Greco compatto a palla’, che a un certo punto ha cominciato ad annerirsi e poi a marcire. Orrore! Era infatti il più bello, e quello a cui tenevamo di più. Abbiamo capito che il guasto era dovuto ad eccessiva irrigazione e conseguente marciume radicale. Quindi, acqua regolare sì, terriccio sempre umido sì, ma mai fradicio. Ah, eravamo riusciti a salvarlo in extremis, ma poi le piogge torrenziali dei giorni scorsi hanno definitivamente annegato il povero greco a palla.

Nella foto sopra figurano anche: melanzana Listada de Gandia, pomodori Rotkäppchen (quelli rossi) e Hamhs Gelbe Topftomate (quelli gialli).

Pomodoro Tumbling Tom Red

agosto 13, 2012 § Lascia un commento

Quest’anno abbiamo piantato un discreto numero di varietà di pomodoro, al solito sperimentando quelle più indicate per la coltivazione in vaso. Forse troppe, sì, ma per la voglia di fare un orto che non dia solo pomodori, ma che ci permetta di sperimentare, diversificare e meravigliarci di fronte alla variabili minime della natura. Così siamo rimasti di stucco di fronte a questa pianta, un pomodoro Tumbling Tom Red, e al suo fiore, con questa forma così bizzarra, così diverso rispetto ad esempio a quello della varietà Jani, qui sotto, uguale all’immagine che tutti noi abbiamo del fiore di pomodoro.

Allora ne aprofitto per dire due cose sull’impollinazione dei pomodori, visto che ci siamo e visto che poco tempo fa ho parlato, sconciamente, di quella delle zucchine. I pomodori, a differenza delle cucurbitacee, portano fiori ermafroditi (perfetti) che quindi si possono autoimpollinare (impollinazione autogama). Come funziona: l’antera (organo maschile) è posto in modo che il polline cada direttamente sullo stilo (organo femminile): nello specifico lo stilo è sormontato e chiuso dagli stami, per cui tutto il lavoro avviene tra le mura domestiche e non c’è neanche tanto pericolo che un’insetto si posi sul fiore di una varietà, poi su quello di un’altra, causando un incrocio tra cultivar diverse di pomodoro. Caso a parte le antiche varietà, tipo il Currant Tomato (Solanum pimpinellifolium) in cui lo stilo supera di qualche millimetro gli stami ed è quindi alla mercè di eventuali insetti impollinatori.

Insomma, pare che per avere bei pomodori non serva entrare nelle faccende private della pianta ma, soprattutto se abbiamo piantato varietà antiche o non troppo commerciali, può essere utile provocare quello scuotimento tale per cui il polline cade sugli organi femminili del fiore, fecondandolo. Volete sapere come? Mi piace suggerire questo video, dove si vede anche come uno spazzolino da denti elettrico, simulando la vibrazione prodotta da un bombo o altro insetto, produce sulla pianta quelle good vibrations necessarie per una felice fecondazione. E chi non avesse un spazzolino elettrico, può tranquillamente passare e tintinnare i fiori delle sue piante di pomodoro, delicatamente, come dei campanelli. Fare un orto è anche questo.

La sorella di Darwin e l’impollinazione manuale delle zucchine

agosto 3, 2012 § 3 commenti

Coltivare le zucchine in vaso sembra facilissimo, fino a quando si sviluppano solo foglie e le dimensioni aumentano a vista d’occhio. Poi spuntano i fiori, tantissimi, gialli, belli, che quando li vedi il mattino, con tutta la loro corolla gialla aperta, non sai se staccarli, mangiarli o aspettare che compiano il loro dovere di trasformarsi in frutto. Ovviamente si propende per l’ultima, ma poi…le zucchine non arrivano. Rimangono lì, piccole, rachitiche, ingialliscono, si seccano e cadono. Perchè, si domandano in molti? Malattie? Incuria?
No, il problema è semplicemente uno: la fecondazione. Le zucchine portano fiori maschili e fiori femminili sulla stessa pianta, si distinguono perchè uno (quello maschile) è retto da uno stelo lungo e fino, l’altro (quello femminile) si poggia su di un piccolo frutto in nuce. Di solito sono gli insetti a provvedere il passaggio del polline tra maschio e femmina, e noi siamo dispensati da imbarazzanti pratiche manuali. Ma non sempre questo succede, neanche in campo aperto o in serra, e in particolar modo succede in terrazzo, dove di api o altri insetti (quelli nocivi ci sono sempre, per carità), non se ne vedono poi molti.
Allora non resta che dare un aiutino alla pianta, fecondandola artificialmente. Ma come si fa? Più semplice a fare che a dire, e lo dirò, perchè le mie zucchine purtroppo se ne sono già andate, per altri motivi.

1. Individuare il fiore maschile e quello femminile
2. Aspettare che entrambi siano ben aperti, questo di solito capita il mattino presto
3. Con un cotton fioc o con un pennellino fino, raccogliere delicatamente il polline dallo stame maschile, strofinando delicatamente
4. Passare il cotton fioc o il pennello sul pistillo femminile, depositando in questo modo il polline
5. Ripetere l’operazione anche con altri fiori femminili, se ce ne sono, utilizzando di nuovo il polline dello stesso fiore maschile, se è l’unico

Impollinazione manuale completata, non resta che aspettare. Se il frutto comincia ad ingrossarsi, vuol dire che è andata a buon fine. I fiori maschili, se sono ancora buoni, si possono cogliere per usarli in cucina.
Mi chiedo come, nell’Inghilterra puritana della sorella di Darwin, che andava in giro per i boschi a distruggere i funghi spontanei perchè simbolo di lussuria, si procedesse a questa operazione dell’impollinazione manuale di alcune piante, operazione di per sè dal sapore vagamente sessuale. Forse, chissà, la sorella di Darwin non mangiava le zucchine.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.